Questo è uno dei miei capitoli preferiti del libro.
Perché spiega lo spirito della Bassa
SECCHI, PISELLI E FOLAGHE
Da quel giorno con Giorgia, divenni una frequentatrice assidua, diurna però, del pescaturismo. Era un’oasi naturale, poco più di un acquitrino, due specchi d’acqua punteggiati da isolotti di canne, molti pesci, qualche pescatore ubriaco e tante donne al piano di sopra. Questo era «La Sconquassona», chiamata così in onore della madre di Zaccaria, l'Imelde, nota mondina conosciuta per il suo problema di meteorismo.
Entravo, prendevo una birra e poi mi mettevo a sedere in un tavolone di legno a fissare il vuoto, anzi, non guardavo proprio il vuoto perché, accanto a una collezione di mulinelli da pesca storici, pezzi rari, a due lucci impagliati e a un salmone di plastica, che a ogni movimento d’aria si metteva a cantare, c’era un calendario che mi lasciava sempre di stucco. Era «Il lunario dei pescatori della Bassa» dove erano immortalati tutti i cacciatori di pesce della zona vestiti, escludendo gli attrezzi da pesca, solo degli stivaloni di plastica verde. Davanti alle pudende mettevano un cestino con due o tre pescegatti o un cappello color alga, oppure un piccolo e mostruoso pesce siluro che allungava di molto i loro attributi. E nel mese di settembre c’era lui: Bietola. Stava nudo sopra a una Lambretta, con la pancia imbolsita che si piegava più e più volte su un accenno di pene, il casco e gli stivaloni. Dietro, nel portabagagli, c’era una gabbietta con dentro un’anguillina.
Cadevo sempre in trance davanti al calendario, un po' schifata a dire il vero, mi riprendevo solo alla seconda birra, quando cominciavo a sentire i sospiri provenienti dal piano di sopra e Zaccaria, in fretta, accendeva la musica.
Perché alla Sconquassona, come avrebbe detto una guida turistica vietata ai minori, dopo una pescata all’anguilla e una cena a base di folage smagrite e ranocchie in umido, l’avventore poteva trovare dolce compagnia ai piani superiori, appartamenti abitati da ragazze rumene e polacche, tutte lontane parenti di Zaccaria, diceva lui, giovani che venivano fatte passare all’ufficio immigrazione come badanti, cosa quasi vera vista l’età dei loro clienti, o studentesse, «di lingue», aggiungeva sempre lo spiritoso Zac.
Per me però pensare che Zaccaria avesse parenti, soprattutto femmine, era dura. L’uomo era alto e grosso, più grosso di me, aveva capelli rossi, pelle bianchissima macchiata di efelidi, barba rada e fulva e, particolare inquietante, un occhio marcio dove la pupilla era ridotta a una briciola nera.
Nonostante questo, e all’odore di sudore e pesce che emanava, l’uomo aveva da sempre un atteggiamento baldanzoso con le donne. «Ci credo – commentò un giorno un cliente inopportuno di fronte all’ennesima esotica conquista di Zac – le paga». Quell’avventato avventore venne subito picchiato e non si vide più alla Sconquassona. Vivo per lo meno.
A chi però chiedeva con gentilezza al Zac il perché di tante bellezze straniere alloggiate nel pescaturismo, lui spiegava: «Faccio solo del bene, do del pane a giovani affamate», (a volte però, sostituiva una vocale a una parola a caso della frase).
Nonostante gli strani giri di donne slave, Zac era rispettato e famoso in tutta la Bassa per essere l’ideatore di una famosa gara di sollevamento secchi. Prima che lo arrestassero, ovvio.
La gara funzionava così. Dopo una lauta cena tra amici, ricchi beveraggi, il buon Zaccaria chiedeva sempre a due sue «cugine» slovacche di chiudersi nei bagni del pescaturismo. I commensali divenivano concorrenti e, divisi in due squadre, entravano a turno in bagno dove le "studentesse" s’adoperavano con le boccucce per aiutare i piselli a raggiungere il giusto grado di durezza atto a reggere un secchio pieno d’acqua.
All’uscita dal cesso, veniva posto sul membro eretto del concorrente un secchio vuoto, gli altri contendenti, tra tifo e coretti da stadio, riempivano il secchio fino a che il malcapitato non cedeva. Poi si sommavano le bottiglie versate e si stabiliva qual era la squadra che aveva sollevato più acqua.
Era ovvio che attorno ad ogni «sollevamento» c’era un fitto giro di scommesse. Del tipo: «Vediamo se l’assessore riesce a fare cinque litri». «Chissà se il sindaco sarà più bravo dell’altra volta… ma dovrebbero fargli l’antidoping, dicono che prende il Viagra prima di venire qui… la moglie è troppo incazzata, dice il sindaco che spende un patrimonio in “aiutini”, ma non per andare a letto con lei!». E così via. I soldi vinti dalla squadra dai lombi più potenti venivano incassati dalla ragazza succhiatrice, in un guizzo di finto femminismo, la quale era poi costretta a darli al Zac.
Come se non bastasse Zaccaria ogni volta che mi vedeva mi ragguagliava sull’ultima tenzone. Alla fine di ogni cronaca affermava: «Le mogli non devono essere gelose, perché questo non è sesso, è sport». Non a caso, le gare del Zac erano molto sentite da lui stesso, sollevatore di ben otto litri e denigratore degli sconfitti. Un giorno, stavo camminando accanto a lui al mercato settimanale di Guazza del Re, quando gli sentii urlare: «Guarda quelli lì, da me vengono in cinque e tutti assieme non fanno tre litri!». Infine, per chi non credeva ai risultati dei sollevatori, raccontava sempre di un fantomatico fotografo di Molinella, ormai deceduto, che in vita aveva issato ben dodici litri. Zac diceva di avere le foto ricordo da qualche parte, foto che nessuno aveva mai visto, del resto lui diceva: «Non posso mostrarle a tutti, perché poi la gente si scoraggia».